Nobilitare lo sport

L’ISIS, una sfida per la nostra educazione

Il 13 luglio 1967 Thomas Simpson, già campione iridato nel 1965, lungo la tappa del Tour che saliva verso il Mont Ventoux moriva di schianto, per doping. Tutto il ciclismo internazionale fu scosso dall’accaduto. E cominciò a interrogarsi su una realtà che affiorava ormai in molti ambiti dell’attività sportiva, anche tra quelli che apparivano più lontani da questo problema.

Constatazioni e riflessioni si aprirono poi all’analisi degli pseudovalori che portavano al rischio di snaturare la qualità della vita sportiva. Ma agli allarmi di allora non risulta sia seguita una vera riduzione di diversi fenomeni della sua degenerazione.

Nel 2004 il mondo calcistico italiano ebbe un richiamo severo, rivolto a tutti gli sportivi del settore. Un documento della Lega Nazionale Dilettanti affermava: “Coinvolgendo il territorio a 360°, il calcio dilettantistico e giovanile dev’essere non solo antagonismo sul campo e vetrina di eccellenza, ma anche e soprattutto modello educativo, sul piano della disciplina, del fair-play e della socializzazione”.

Nello stesso anno, in sintonia con questo invito, il presidente provinciale del CONI di Pordenone organizzava con l’IRIPES un convegno sul tema “Sport e Persona”. Era un segnale flebile, ma almeno significativo.

Oggi, nel panorama italiano questa sensibilità appare tutt’altro che diffusa e profonda. Salvo lodevoli eccezioni. Nel 2011 a Reggio Emilia viene costituita un Fondazione per lo Sport, che coinvolge ben cinque assessorati del Comune. Con un progetto che si definisce “sociale e culturale, educativo e formativo per uno sport etico, solidale responsabile”. E con una motivazione di grande rilievo: “Dopo il fallimento dichiarato delle azioni di “recupero” sul disagio giovanile e l’uso delle droghe, le attenzioni devono essere rivolte in modo particolare verso la “prevenzione” e lo sport è il migliore strumento per una concreta opera preventiva”. Per questo nel documento illustrativo dell’iniziativa si afferma che lo sport può collocarsi “al centro di una vera rete culturale”.

Il 2016 vede a Urbino un primo seminario nazionale dedicato agli “Itinerari educativi nello sport”, mentre, nello stesso anno, nasce una Rivista Italiana di Pedagogia dello Sport.

Nel pordenonese non mancano voci sulla necessità di una impronta più educativa dello sport: voci ormai frequenti ai bordi dei campi sportivi, nelle palestre, a scuola e nelle conversazioni tra genitori ed educatori. Ma sono tuttora sussurri nel denunciare la supremazia degli imperativi economici, i miti del successo, la ricerca frenetica delle prestazioni di eccellenza, il prevalere delle ambizioni personali e di gruppo.

Agire per il contrasto a tutto questo, proponendo un’azione formativa concreta, è di fatto un’impresa controcorrente e coraggiosa. Ma coinvolgere singoli ed organizzazioni nel valorizzare i tanti potenziali dello sport significa lavorare efficacemente per il bene delle nuove generazioni: attraverso una pratica sportiva sana, in grado di sviluppare fisico e psiche, autonomia personale e capacità relazionali, in un contesto di valori orientanti e condivisi.

Questo, naturalmente, è un compito che non può che essere comunitario e forse proprio da inventare.

Giorgio Tònolo, presidente Asfe